Revamping fotovoltaico: cos’è e come funziona

La maggior parte degli impianti fotovoltaici italiani, installati tra il 2001 e il 2014 per godere dei vantaggi del Conto Energia, richiede interventi di “revamping”, cioè di rinnovamento. Il GSE indica modalità e parametri a cui queste migliorie devono rispondere per conservare gli incentivi e contribuire a uno sviluppo ecosostenibile

Pubblicato il 22 Maggio 2020

Gli interventi di revamping per il rinnovamento degli impianti fotovoltaici italiani

Degli oltre 820 mila impianti fotovoltaici in Italia quasi 650 mila, poco meno dell’80%, sono stati installati prima del 2014, l’ultimo anno di applicazione del sistema di incentivazione del Conto Energia. Questo meccanismo non più accessibile a chi decide di installare nuovi impianti, mentre continua a remunerare, con una tariffa vantaggiosa per ogni kWh immesso in rete, i proprietari degli impianti installati quando era in vigore e per un periodo di 20 anni. Chi possiede un impianto incentivato con il Conto Energia, quindi, ha interesse a mantenerlo in piena efficienza ed eventualmente anche a potenziarlo, se possibile, per non vedere ridotto il beneficio legato alla produzione di energia elettrica dal sole.

Per quanto longevi e con una vita utile stimata intorno ai 30 anni, gli impianti fotovoltaici italiani nati con il Conto Energia cominciano a mostrare i segni dell’età e a conoscere cali di produzione. Per consentire ai loro proprietari di riportarli alla potenza originaria, o addirittura di migliorarli, è stato pertanto previsto un tipo di intervento, il “revamping fotovoltaico”, dal verbo inglese “to revamp”, cioè “rimodernare”., “rinnovare”, le cui linee guida sono state indicate nel 2016 dal Gestore Servizi Energetici (GSE).

Come funziona il revamping degli impianti? Non consiste soltanto nella rigenerazione dei pannelli fotovoltaici, ma in un’ampia serie di interventi che il Gestore distingue come “significativi” e “non significativi”.

Gli interventi “significativi” prevedono la sostituzione, rimozione e nuova installazione dei componenti principali, e cioè moduli e inverter; lo spostamento anche parziale dei moduli; la modifica del regime di cessione in rete o la variazione del codice identificativo del punto di connessione alla rete. Se attua una modifica di questo tipo su un impianto con potenza superiore a 3 kW, il proprietario è tenuto a comunicarla al GSE entro 60 giorni dal completamento dell’intervento. Nel caso in cui non lo faccia, il rischio è, in caso di ispezione, di perdere il diritto all’incentivo. Questi interventi, in particolare, non possono aumentare la potenza nominale dell’impianto oltre il 5%, per i sistemi con potenza fino a 20 kW, oppure oltre l’1% per quelli con potenza superiore a 20 kW.

Gli interventi “non significativi”, che non prevedono comunicazioni obbligatorie, contemplano invece lo spostamento degli inverter e dei componenti elettrici minori, la sostituzione di parti elettriche minori (come i cablaggi) e interventi sulle strutture di sostegno, sia quelle a traliccio metallico sia quelle in muratura (come i tetti) che ospitano i moduli fotovoltaici.

Chi possiede impianti con potenza inferiore a 3 kW non è tenuto invece ad alcuna comunicazione al GSE, ma deve comunque rispettare le conformità previste dal decreto Conto Energia di riferimento.

Sono molti i casi in cui il revamping fotovoltaico può essere giustificato. Oltre al calo fisiologico di rendimento dei moduli possono esserci, per esempio, problemi di progettazione iniziale da correggere nonché un allineamento agli standard di sicurezza impiantistici sempre crescenti

L’importanza del revamping oggi è legata anche a conseguire la digitalizzazione degli asset, utile sia per l’integrazione tra dati energetici di consumo e di produzione in una unica piattaforma di monitoraggio delle performance, ma anche per avere una gestione attiva e da remoto dell’asset in termini di manutenzione preventiva.

Grazie alla migliore produzione post intervento, i temi di rientro dell’investimento sono nell’ordine dei 2 o 3 anni.

Un altro piccolo passo nello scenario del  “Green Deal” europeo, il programma socio-economico definito dall’Unione per rendere più sostenibile l’economia del Vecchio Continente senza nuova occupazione di suolo.

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